Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza
di Edoardo Cialfi
Casa Sponge, 04.03.2025
Edoardo lavora nel fienile. Scatti d’aria e vernice. La luce filtra obliqua. Giovanni è in cucina: l’odore della zucca al forno comincia a fondersi con quello del caffè. È quasi ora di pranzo. Il telefono continua a essere isolato, il tempo ha già perso il conto. Non sono più reperibile, e dalle finestre verso le colline torno a guardare. A guardare davvero. Qui si vive nell’irrealtà nitida e tangibile della favola. Il verde quasi mi ferisce gli occhi, e il cielo, oggi, è un limpido vetro.
Caro ospite,
questa stanza ti accoglie come si accoglie il nuovo personaggio di un racconto in continua riscrittura. Nulla, fra gli spazi della Casa, si ripete davvero, perché tutto si muove con tensione narrativa: una trama fatta di permanenze leggere, trasformazioni silenziose, ritorni mai identici. Persino il cielo, che qui vedi sovrastare un collage di architetture affastellate, porzione luminosa e fittamente composta di mondo, non è più quello di ieri. Riplasmato dal soffio cromatico di Edoardo Cialfi, un vecchio telo scenico, da tempo orfano di copione, si offre adesso con voce nuova attraverso un’apparizione opaca, in apparenza muta, inaccessibile, potenzialmente funesta. A farvi caso, in questo fondale – che della Casa è concettualmente parte per il tutto – le cose si svelano se ci si arresta. Se si indugia. Se davvero in quell’immagine, così come in questi luoghi, si è disposti a soggiornare. Ad intramarsi con la durata e l’essenza delle cose. È allora che l’ombra, possibile presagio sinistro, invece di inquietare, comincia a proteggere, a svelare, acquisendo via via consistenza palpabile, mentre ogni superficie patinata si fa sospetta. Un paese dei balocchi che sotto l’involucro seducente rivela una civiltà dell’affanno e del rumore: senza pause né intervalli d’ombra, esposta al divoramento immediato. Le nubi, determinate, hanno già avvolto le torri più alte, e pare non intendano ritrarsi. Ma tra le increspature plumbee che attraversano questo manto instabile non si addensano più minacce, bensì le forme del mistero e dell’attesa, chiusura accogliente che consente il lento affiorare del senso.
Potresti svegliarti, ospite, e sentire questo cielo che ti osserva. Non chiede né avverte nulla. Ti invita a fermarti e contemplare. A sentire, sostando nelle intercapedini silenziose. A non capire tutto. Qui il corpo respira con altri corpi, e con altri tempi. Il tempo degli alberi, del vento, delle altre forme di vita. Di chi, come te, è arrivato per restare, anche solo per poco.
Che questo sia un tempo largo e opaco quanto basta per tornare a vedere davvero.
Buon soggiorno.