Oltre l’ultimo cielo

Oltre l’ultimo cielo
a cura di Francesco Perozzi e Marcella Russo
Casa Sponge, 14 luglio – 21 settembre 2025
Artisti in mostra
Nobuyoshi Araki, Mario Consiglio, Antonello Ghezzi, Stefania Galegati, Giovanni Gaggia, Davide Mancini Zanchi, Gedske Ramløv, Michele Alberto Sereni, Grazia Toderi, Massimo Uberti

Didascalie
- Antonello Ghezzi, I am with you, I have always been with you, don’t be afraid, 2020, stampa digitale su tessuto bandiera, 100 x 70 cm, Courtesy gli artisti
- Giovanni Gaggia, Oltre l’ultimo cielo, 2025, installazione, calciobalilla a due aste con piano stellato, Courtesy l’artista
- Mario Consiglio, You are a legend, 2019, installazione permanente, Courtesy l’artista e Casa Sponge
- Davide Mancini Zanchi, Cielus Notturnus Romanticus, 2021, olio e carta insalivata su tela, 100 × 140 cm, Courtesy l’artista
- Davide Mancini Zanchi, Il cielo in casa, 2019/2024, olio e carta insalivata su tela, diametro 35 cm, Courtesy l’artista
- Grazia Toderi, Marco (I Mark We Mark), 2020, 50 × 112,5 cm, p.a., Collezione Edoardo Toderi
- Massimo Uberti, Cerchio prospettico, 2023, carta e coperta isotermica, 23 × 31 cm, Courtesy Archivio Massimo Uberti
- Mario Consiglio, Berlino, 2009, stampa fotografica intagliata, 6 × 9 cm, Courtesy l’artista e Casa Sponge
- Mario Consiglio, Un bacio dalla lontananza, 2020, tecnica mista, 8 × 24 cm, Courtesy l’artista e Casa Sponge
- Michele Alberto Sereni, dalla serie Orizzonte silente, 2025
2025_05_18_103220_San Gimignano
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stampe giclée fine art su carta Hahnemühle William Turner 190 gsm, 100% cotone, ciascuna 15 × 22 cm
Courtesy l’artista
- Gedske Ramløv, Senza titolo (i resilienti), 2025, installazione, stampe su carta cotone, Courtesy l’artista
Ombre di libertà
Ma soltanto in apparenza
Perché oltre a quel cielo non si poteva andare
Perché ora quel cielo è distesa di pericolo imminente
E anche il confine tra dentro e fuori, tra casa e cielo, ora è stato cancellato
e le case non costituiscono più un solido riparo
Ombre libere ma confinate
- Nobuyoshi Araki, Untitled (Sky Polaroid), 2000 ca., polaroid, 10,5 × 8,7 cm, Collezione privata
- Giovanni Gaggia, Come è il cielo in Palestina?, 2024, ricamo su coperta, 250 × 150 cm, Courtesy l’artista
- Massimo Uberti, Found, 2022, altalena rivestita in foglia d’oro, Courtesy Archivio Massimo Uberti e Casa Sponge
- Antonello Ghezzi, Del cielo, 2024, calce su tela alluvionata, Courtesy gli artisti
- Stefania Galegati, Ci credi?, 2020, video monocanale, 16:9, Courtesy l’artista e Casa Sponge
- Antonello Ghezzi, Ufficio della cittadinanza della Via Lattea, 2025, banco scolastico in legno con lavagna, vernice e acrilico, timbro e carta, Courtesy gli artisti
- Massimo Uberti, Found, 2022, altalena rivestita in foglia d’oro, installazione permanente, Courtesy Archivio Massimo Uberti e Casa Sponge
Sotto lo stesso cielo, oltre l’ultimo muro
Francesco Perozzi
«Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. […] Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.»
Jorge Luis Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano 1959
Nel celebre racconto borgesiano, Asterione abita una casa-labirinto che coincide con il mondo intero. Artefice e prigioniero della sua stessa dimora, ne percorre instancabilmente gli spazi. Al cuore di questa architettura interminabile, tuttavia, qualcosa serba un orientamento segreto, indicando una possibile direzione di libertà.
Casa Sponge, promotrice nel 2020 di una petizione no-fly zone sul proprio orizzonte aereo, è anch’essa un mondo. Punto di partenza e insieme di attraversamento. Ogni stanza è specchio delle altre; in ogni apertura si riverbera un altrove. Dispositivo chiuso ma non immobile, che si attiva e moltiplica nell’accoglimento dell’apparizione. Oltre l’ultimo cielo si innesta organicamente in questo movimento, raccogliendo una serie di fenditure – varchi minimi o vertiginosi – che ne perforano concettualmente le murature, per trasformare la dimensione domestica in esperienza cosmica. Attorno a questa comune esplorazione verticale, al contempo dolce e radicale, si dispiega una costellazione di opere che invitano a sollevare lo sguardo per riflettere su lacerazioni terrestri, collettive e individuali. Spazio conteso e militarizzato, frontiera invisibile, zona di esclusione solcata da occhi e traiettorie di morte: ecco il cielo che più spesso oggi si impone all’immaginario collettivo; su tutti quello palestinese, il cui azzurro è continuamente violato dal fuoco e segnato da colonne di fuliggine nera. Nel suo piccolo, Oltre l’ultimo cielo sceglie di abitare questa verticalità ferita senza articolarsi in una semplice rassegna visiva, bensì reclamando la necessità di una rinnovata pratica dello sguardo. Un diverso «modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo»[1], che diventa atto di coscienza e resistenza: un’attitudine critica capace, con empatia, di opporsi empaticamente tanto alla violenza della realtà quanto a quella delle immagini dominanti e al torpore dei sensi. In questa prospettiva, anche un luogo come Casa Sponge – decentrato, marginale rispetto ai grandi centri del discorso e del potere – può diventare spazio di coabitazione simbolica, dove l’immaginazione si rinsalda e il desiderio – motore silenzioso del cambiamento – non viene disertato. Qui, creare comunità significa non smettere di credere che l’arte possa ancora aprire varchi, sia pur minimi, nel corpo opaco del presente.
Questo breve viaggio, mosso lungo le distanze più profonde, si conclude sulla cima del colle di Mezzanotte. È l’ultimo varco, quello che inquadra finalmente il cielo atmosferico, l’uscita concreta – e simbolica – dal labirinto. Guardare da lì significa non solo alzare lo sguardo, ma riconoscere di averlo attraversato. L’ultima soglia da cui forse, per un attimo, si lascia intravedere quel «cielo al di là del cielo» evocato in certi versi di Maḥmūd Darwish[2]. Un cielo che ancora ci chiama, ci interroga, e che, in modi diversi, tutti desideriamo abitare. E se Asterione temeva di aver edificato la propria prigione senza ricordarsene, anche noi, giunti quassù, intuiamo che il cielo a venire dipenderà da ciò che decideremo, o rifiuteremo, di creare.
[1] Italo Calvino, lettera a François Wahl (1960), in Lettere 1940–1985, Mondadori, Milano 2000.
[2] Tratti da Maḥmūd Darwish, If I Were Another, trad. Fady Joudah, 2009
Oltre l’ultimo cielo: Arte come fragile resistenza
Marcella Russo
Oltre l’ultimo cielo non è solo una mostra. È una riflessione collettiva che ci riguarda, oggi più che mai. In un tempo in cui il cielo è solcato da droni, razzi e satelliti di sorveglianza, e dove guerre vicine e lontane continuano a ridefinire i confini con violenza, questo progetto assume una forma necessaria. Parla di confine – fisico, simbolico, culturale – ma lo fa con gli strumenti dell’arte, con una dolcezza radicale, con uno sguardo che non si rassegna alla frammentazione.
Ricordo perfettamente il momento in cui ho attraversato per la prima volta la soglia di Casa Sponge: non un white cube, ma una casa vera, affacciata su un colle marchigiano, silenziosa ma gravida di segni. Quella soglia si è subito trasformata in metafora: entrare in uno spazio che resiste all’omologazione, che si oppone al tempo della fretta e dell’iperproduzione culturale, che chiede lentezza.
Gli artisti in mostra costruiscono un paesaggio di opere che non impongono, ma invitano. Si alza lo sguardo, sì, ma non per fuggire: per interrogare. Il cielo diventa un campo di forze, un luogo di possibilità, di tensione, di speranza. E in quel cielo, oggi più che mai, si riflette l’angoscia del presente: la Palestina, l’Ucraina, il Mediterraneo, i corpi in movimento, respinti, cancellati. E l’arte – quando è onesta – può solo farsi fragile resistenza, piccolo gesto che non salva ma connette.
In terrazza, l’opera di Antonello Ghezzi rilegge oggetti di uso comune come strumenti per orientare lo sguardo verso l’alto, evocando un senso di appartenenza cosmica, al di là delle appartenenze imposte. Nelle stanze, le visioni di Grazia Toderi aprono fenditure nello spazio e nel tempo, innescando una deriva ipnotica che ci restituisce un altrove possibile. Davide Mancini Zanchi abita lo spazio con costellazioni minime, ironiche e disorientanti, che sembrano oscillare tra gioco e disastro.
Il ricamo sospeso di Giovanni Gaggia, Com’è il cielo in Palestina? – una domanda cucita a mano, in arabo, su una coperta. Semplice, disarmante, potente. Come l’altalena dorata di Massimo Uberti sulla cima del colle, posta lì a chiudere (o forse ad aprire?) il cammino. Un gesto finale che ha il sapore del rito, della soglia, dell’addio. Ma anche della possibilità.
Il lavoro di Mario Consiglio scava invece nella soglia, nel varco tra interno ed esterno: una poetica dello spazio interstiziale, in cui il visibile e l’invisibile si mescolano. Michele Alberto Sereni cerca nella piega della città luoghi che non siano ancora stati invasi dal rumore – intercapedini dove può ancora nascere uno sguardo contemplativo. Gedske Ramløv ci restituisce un cielo interrotto, fatto di apparizioni improvvise e tremolanti, come se il volo stesso fosse sotto minaccia. Stefania Galegati raccoglie invece le voci emerse nel tempo del lockdown e ne fa un coro ironico, fragile e urgente, una memoria disordinata che ci riguarda tutti.
Nobuyoshi Araki, infine, lascia che sia la luce a dominare la scena – luce che irrompe e strappa, che attraversa e spiazza, in un gesto che ha in sé dolcezza e ferocia.
In un presente che ci educa a non sentire, a non guardare, Oltre l’ultimo cielo riattiva la capacità di immaginare. E questo, oggi, è già moltissimo.